Marchio e royalties: come prelevare utili dalla Srl
MARCHIO E ROYALTIES · PIANIFICAZIONE FISCALE

Marchio e royalties: come prelevare utili dalla Srl

Di Avv. Dott. Comm. Dario Carta · Strategie Fiscali · Luglio 2026

Portare gli utili fuori dalla Srl senza subire la doppia imposizione del dividendo è possibile: la concessione in licenza del marchio del socio alla propria società, con pagamento di royalties, è una strategia legittima ed efficiente per prelevare utili dalla Srl. Il canone è deducibile per la società, non sconta contributi INPS ed è tassato una sola volta in capo alla persona fisica come reddito diverso. In questa guida vediamo come funziona, quanto si risparmia davvero (sfatando il mito del forfait del 25%), la deducibilità tra inerenza e congruità, e soprattutto l’approfondimento giurisprudenziale — da Cass. 12846/2022 a Cass. 2599/2023 e 12282/2013 — che segna il confine tra pianificazione e abuso del diritto, con la checklist per blindare l’operazione.

Il problema di ogni imprenditore: portare fuori gli utili senza farsi divorare dalle tasse

Hai una Srl che funziona, produce utili, e ti trovi davanti alla domanda di sempre: come porto quei soldi sul mio conto personale senza lasciarne metà al Fisco? La via classica — il dividendo — è la più cara: l’utile sconta prima l’IRES al 24%, poi il 26% al momento della distribuzione. Risultato: su 100 euro di utile, a te ne arrivano poco più di 56. Il compenso da amministratore, in alternativa, è deducibile per la società ma trascina con sé i contributi INPS. Esiste una terza strada, legittima e spesso più efficiente, per prelevare utili dalla Srl: le royalties sul marchio.

L’idea è semplice nella struttura e potente nei numeri: il marchio è tuo, come persona fisica; lo concedi in licenza alla tua società, che per usarlo ti paga un canone. Quel canone è un costo deducibile per la Srl e, per te, un reddito tassato una sola volta e senza contributi previdenziali. Ma — ed è qui che questa guida si distingue dalle promesse mirabolanti che leggi in giro — la strategia funziona solo se è reale e congrua. Altrimenti si trasforma nel suo esatto opposto: un’operazione abusiva che la Cassazione smonta senza pietà. Vediamo come si fa, quanto si risparmia davvero e dove passa il confine tracciato dai giudici.

La strategia in tre mosse

Il meccanismo si regge su tre passaggi, ciascuno con una sua logica giuridica precisa:

  • Il marchio è (o diventa) tuo, come persona fisica. Lo registri presso l’UIBM ai sensi del Codice della Proprietà Industriale (D.Lgs. n. 30/2005), scegliendo le classi merceologiche (Classificazione di Nizza). La registrazione dura 10 anni ed è rinnovabile all’infinito;
  • Concedi il marchio in licenza alla tua Srl con un contratto scritto, che stabilisce durata, ambito d’uso e — soprattutto — la royalty, di norma una percentuale sul fatturato generato con quel marchio;
  • La Srl ti paga le royalties. Per la società è un canone periodico; per te è il corrispettivo della concessione in uso del tuo bene.

Il risultato: la ricchezza esce dalla società in modo fisiologico e ricorrente, e un asset di valore — il marchio — resta al sicuro nel tuo patrimonio personale, fuori dalla portata dei creditori della società. Ma la sostanza economica dell’operazione dev’essere autentica: è il presupposto di tutto ciò che segue.

Perché conviene: royalty, dividendo o compenso a confronto

Per capire il vantaggio bisogna mettere le tre modalità di prelievo una accanto all’altra. Ogni euro che esce dalla Srl può prendere strade fiscalmente molto diverse:

📌 Il confronto che conta

Dividendo — NON deducibile per la Srl (si paga con l’utile già tassato IRES); per te 26% di imposta sostitutiva. Doppia imposizione: su 100 di utile arrivano ~56. Compenso amministratore — deducibile per la Srl, ma sconta i contributi INPS e l’IRPEF progressiva. Royalty sul marchio — deducibile per la Srl (abbatte IRES 24% e IRAP), nessun contributo INPS, tassata una sola volta in capo a te come reddito diverso. Combina il meglio delle altre due: la deducibilità del compenso e l’assenza di contributi tipica del dividendo.

Un esempio rende l’idea. Cento euro distribuiti come dividendo: 24 di IRES, poi 26% sul residuo, netto per te circa 56 euro. Gli stessi 100 pagati come royalty: la Srl li deduce (risparmiando circa il 28% tra IRES e IRAP che altrimenti avrebbe pagato) e tu li tassi a IRPEF come reddito diverso. Il vantaggio è massimo quando la tua aliquota marginale non è quella più alta, e diventa strutturale se consideri che la royalty riduce la base imponibile della società — cosa che il dividendo non fa mai. A questo si aggiunge l’assenza dei contributi previdenziali che invece gravano sul compenso amministratore.

Come si tassano le royalties per te (senza illusioni)

Qui va fatta chiarezza, perché è il punto su cui molte “offerte” di pianificazione sono, diciamo, ottimistiche. Le royalties percepite da una persona fisica non imprenditore per la concessione in uso di un marchio sono redditi diversi ai sensi dell’art. 67, comma 1, lett. l) del TUIR (redditi derivanti dall’assunzione di obblighi di permettere), come confermato dalla stessa Agenzia delle Entrate (risoluzione n. 81/E/2002). Subiscono una ritenuta d’acconto del 20% (art. 25 del d.P.R. n. 600/1973) e confluiscono in dichiarazione, dove scontano l’IRPEF ordinaria e progressiva.

⚠ Il mito da sfatare: niente forfait del 25% sul marchio

Molti presentano queste royalties come tassate con l’abbattimento forfettario del 25% (o 40% per gli under 35). È falso per il marchio. Quella deduzione forfettaria riguarda i redditi da diritto d’autore e da brevetti sfruttati economicamente dall’autore o inventore: il marchio, che non è un’opera dell’ingegno, ne resta fuori. Le sue royalties si tassano a IRPEF piena, senza forfettizzazioni. Chi ti promette il 25% “secco” sul marchio ti sta vendendo un’illusione.

Il vantaggio, dunque, non sta in un’aliquota fantasma, ma nella deducibilità per la società, nell’assenza di contributi INPS e nell’eliminazione della doppia imposizione del dividendo. Per il dettaglio completo su come si tassano le royalties del marchio — anche in caso di attività abituale o di cessione definitiva — trovi tutto nella nostra guida sulla tassazione delle royalties del marchio.

La deducibilità per la Srl: inerenza e congruità

Perché il canone sia effettivamente deducibile per la società servono due requisiti, distinti ma collegati: l’inerenza (il marchio deve servire davvero all’attività) e la congruità (l’importo deve essere in linea con il mercato). Su entrambi la Corte di cassazione ha fissato principi favorevoli al contribuente, ma a precise condizioni.

📌 Cass. n. 12846/2022: l’inerenza è un giudizio qualitativo

Con la sentenza n. 12846 del 22 aprile 2022 la Cassazione ha chiarito che il giudizio di inerenza è qualitativo — attiene alla compatibilità del costo con l’attività d’impresa — e che l’Amministrazione non può sostituirsi all’imprenditore sindacando la mera convenienza economica delle sue scelte. Le royalties per l’uso del marchio possono quindi essere dedotte anche oltre soglie percentuali “di comodo”, purché sorrette da valide ragioni economiche e giustificabili al valore di mercato.

Tradotto: se il marchio è usato per davvero, contribuisce al business e la royalty è coerente con quanto pattuirebbero parti indipendenti, il costo passa — e il Fisco non può contestarlo solo perché “poteva pagare meno”. La chiave, ancora una volta, è la coerenza economica dell’operazione.

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L’approfondimento giurisprudenziale: dove finisce la pianificazione e inizia l’abuso

È la sezione decisiva, perché la stessa operazione può essere una legittima pianificazione o un’elusione da manuale, a seconda di come è costruita. La giurisprudenza ha tracciato il confine con nettezza, e conviene conoscerlo prima di firmare qualsiasi contratto.

Sul versante del rischio, il precedente-monito è la sentenza della Cassazione n. 12282 del 20 maggio 2013: una società aveva ceduto due marchi per complessivi 200.000 euro e, negli anni immediatamente successivi, si era vista riaddebitare royalties per l’uso degli stessi marchi pari a 900.986 euro in un anno e 435.416 nell’altro. La Corte ha ritenuto l’operazione elusiva e i relativi costi indeducibili: pagare in due anni oltre sei volte il valore a cui il bene era stato ceduto è la fotografia dell’operazione circolare priva di sostanza economica.

Nella stessa direzione, la Cassazione n. 2599 del 27 gennaio 2023 ha affrontato la congruità dei tassi di royalty affermando un principio tanto semplice quanto temibile: l’irrazionalità economica dell’operazione integra abuso del diritto e determina l’indeducibilità del costo, salvo che il contribuente fornisca la prova contraria. Quando poi il concedente del marchio è lo stesso socio della società che paga, l’attenzione del Fisco sale ancora: il sospetto è che il canone nasconda, in tutto o in parte, una distribuzione occulta di utili travestita da costo deducibile.

La sintesi dei giudici

La struttura marchio-in-licenza non è abusiva in sé — anzi, la giurisprudenza (in linea con Cass. n. 12846/2022) riconosce che la stessa cessione del marchio al soggetto che poi lo concede in uso non esclude di per sé l’inerenza, e che la redditività va valutata anche nel lungo periodo. Diventa abuso quando manca la sostanza economica: royalty gonfiate, valori incoerenti con la cessione o con il mercato, operazioni circolari costruite al solo scopo di erodere l’imponibile. Il discrimine non è la forma, ma la congruità e l’effettività.

Come blindare l’operazione: la checklist anti-contestazione

La differenza tra una pianificazione solida e un accertamento milionario sta tutta nella preparazione. Ecco gli elementi che rendono l’operazione difendibile:

  • Titolarità con data certa e anteriore: il marchio deve risultare tuo prima della concessione in uso, con registrazione UIBM documentata. Registrarlo e girarlo alla Srl il giorno dopo, gonfiando il canone, è la ricetta per la contestazione;
  • Perizia di stima giurata: un professionista indipendente deve valutare il marchio e la congruità della royalty, con metodi economici riconosciuti (percentuali di settore, comparabili, metodo del relief from royalty);
  • Contratto di licenza reale: scritto, con condizioni di mercato, effettivamente attuato — non un foglio nel cassetto;
  • Effettivo utilizzo del marchio: il marchio deve essere davvero impiegato nell’attività e contribuire al fatturato;
  • Congruità del canone: royalty coerente con i comparabili del settore. Meglio una percentuale difendibile che un importo aggressivo;
  • Tracciabilità: pagamenti regolari, fatturazione corretta, dichiarazione dei redditi coerente.

⚠ Gli errori che fanno saltare tutto

Marchio “creato” ad hoc subito prima dell’operazione; royalty sproporzionata rispetto al valore del bene o al fatturato; assenza di perizia; nessun uso effettivo del marchio; canone pagato ma non giustificato. Ognuno di questi è, da solo, un appiglio per riqualificare le royalties in distribuzione di utili e negarne la deducibilità, con sanzioni e interessi. Se dovessi ricevere una contestazione, la difesa si costruisce sui documenti: ne parliamo nella guida su come difendersi da un avviso di accertamento.

Oltre il fisco: la protezione del patrimonio

Il vantaggio non è solo fiscale, ed è un aspetto che i puri “risparmiatori di tasse” trascurano. Tenere il marchio fuori dalla società, in capo alla persona fisica (o, meglio ancora, a una holding o a un veicolo dedicato), significa proteggerlo: se la Srl attraversa una crisi o subisce l’aggressione dei creditori, il marchio — spesso l’asset di maggior valore dell’azienda — resta al sicuro nel tuo patrimonio, e può addirittura diventare la leva per far ripartire l’attività.

È la stessa logica della separazione tra patrimonio operativo e patrimonio “statico” che guida la strutturazione delle holding e delle operazioni straordinarie. Se il tema ti interessa in chiave di protezione, parti dalla nostra guida su come proteggere i tuoi beni; se invece il focus è l’efficienza complessiva del prelievo, vedi come pagare meno tasse legalmente.

FAQ — Le domande più frequenti

Le royalties del marchio scontano il forfait del 25%?
No. Il marchio non è un’opera dell’ingegno: la deduzione forfettaria del 25% (o 40% per gli under 35) vale per diritto d’autore e brevetti, non per i marchi. Le royalties del marchio sono redditi diversi tassati a IRPEF piena, con ritenuta del 20%.

Pago i contributi INPS sulle royalties?
No. Trattandosi di redditi diversi (e non di lavoro autonomo abituale), le royalties per la concessione in uso del marchio non scontano contributi previdenziali. È uno dei vantaggi rispetto al compenso amministratore.

Posso registrare il marchio oggi e girarlo domani alla mia Srl?
Tecnicamente sì, ma è il modo migliore per attirare una contestazione. Serve una titolarità con data certa e anteriore, una perizia di congruità e un canone ragionevole. La fretta e l’importo gonfiato sono i due segnali che il Fisco cerca.

Quanto posso far pagare di royalty alla mia Srl?
Quanto è congruo rispetto al mercato: dipende dal settore, dal valore del marchio e dal fatturato che genera. Il riferimento sono i tassi praticati tra parti indipendenti, da certificare con perizia. Meglio una percentuale difendibile che una aggressiva e indifendibile.

Il Fisco può trasformare le mie royalties in dividendi?
Sì, se le ritiene incongrue o l’operazione priva di sostanza economica: le riqualifica in distribuzione di utili, nega la deducibilità alla società e recupera le imposte, con sanzioni. È esattamente ciò che la Cassazione ha sancito nelle sentenze n. 12282/2013 e n. 2599/2023.

In sintesi: una strategia potente, ma solo se è vera

Il marchio in licenza alla propria Srl è uno degli strumenti più eleganti per prelevare utili in modo efficiente: unisce la deducibilità del costo, l’assenza di contributi e la protezione di un asset prezioso. Ma non è una scorciatoia: è una scelta di struttura che richiede un marchio reale, una titolarità documentata, una perizia di congruità e un canone difendibile. La Cassazione premia la sostanza e punisce la finzione — e la differenza tra un risparmio legittimo e un’elusione contestata la fanno i dettagli, costruiti prima e non dopo. Se stai valutando questa operazione, il modo giusto per partire è far analizzare il tuo caso concreto — valore del marchio, fatturato, struttura societaria — da chi unisce la competenza tributaria e quella legale, e sa dove passa il confine.

La firma che conta

Questo articolo è scritto da un Avvocato Tributarista e Dottore Commercialista. Valorizzare un marchio per prelevare utili funziona quando titolarità, valutazione e contratto di licenza sono coerenti tra loro: è il terreno su cui l’Agenzia contesta l’abuso, e quello su cui si costruisce la difesa.

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L’autore

Avv. Dott. Comm. Dario Carta — Avvocato Tributarista e Dottore Commercialista, iscritto all’Albo dei Gestori della Crisi d’Impresa e all’Elenco degli Esperti nella Composizione Negoziata della Crisi. Managing Partner di Carta & Partners, con sedi a Roma e Milano. Si occupa di tax advisory, contenzioso tributario, ristrutturazione del debito e operazioni straordinarie per PMI e imprenditori.

Nota: il presente articolo ha finalità informativa e divulgativa e non costituisce parere professionale. Per una consulenza personalizzata, contattare un professionista qualificato.

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